I Pellegrini sulla Via Romea dei Guidi

Gerusalemme Roma Compostela: tre nomi girano in testa a quelli che vogliono partire, e sentono nel cuore il fuoco della voce di dentro. Andare, andare, andare, fino alle sorgenti della fede, abbeverarsi lungamente a quelle fonti di vita, e scoprire in fondo il senso del proprio esistere, un nulla nella violenza del mondo, un piccolo grumo immondo di peccato, nient’altro che un respiro affannoso, incontrollabile, prossimo all’ultimo spasimo di una morte senza speranza di salvezza. 

E così gli uomini del Medioevo partivano. Non c’erano comode strade, né alberghi accoglienti, né sicurezza nel viaggio, né certezza degli itinerari. Solo segni, racconti, ricordi di quelli che eranotornati, narrazioni favolose, canti e poesie. E così l’Appennino vide nel Medioevo un andirivieni fitto e costante: genti da tutti i paesi, anche dalle lontane terre del Nord e dell’Est europeo andavano a Roma; passato in qualche valico il bastione delle Alpi, disperse in rivoli nella grande pianura del Po, affrontavano poi l’ostacolo insidioso degli Appennini. Chi veniva da Occidente scendeva per la via Francigena; gli ungari e i tedeschi avevano la loro strada, la “Melior via” per Roma, che chiamavano “Teutonica” , o anche “Germanica”, o “di Alemagna”.
(cfr Livia Pedulli, Atti Convegno sulla Via Teutonica 2015)

 

Dante stesso parlò dei tre diversi pellegrinaggi maggiori:
“È però da sapere che in tre modi si chiamano propriamente
le genti che vanno al servigio de l’Altissimo: chiamansi
palmieri in quanto vanno oltremare, là onde molte volte
recano la palma; chiamansi peregrini in quanto vanno a la casa di Galizia, però che la sepoltura di Sa’ Iacopo fue più lontana de la sua patria che d’alcuno altro apostolo; chiamansi romei in quanto vanno a Roma”
(Dante, Vita Nova, XL).

 

 

Fino al X secolo i pellegrinaggi furono un fenomeno esistente, ma piuttosto limitato, per l’insicurezza generale ed anche per una certa diffidenza da parte della stessa Chiesa. Ma nei tre secoli successivi, a partire dall’anno Mille, diventarono uno dei motori della ritrovata mobilità delle persone e affiancarono il rinascere dei commerci, tanto che le vie dei pellegrinaggi si attrezzarono con hospitalia (ospizi). I soggetti che nell’alto medioevo, nelle zone distanti dall’area di influenza urbana, erano preposti a costruire luoghi di assistenza per i viandanti si riducono a due: il sovrano, e i monasteri.
Dato che una gran parte dei territori montani appartenevano alla corona, costruire “spitali” per l’accoglienza nei pressi dei valichi appenninici avrebbe dovuto essere prerogativa del sovrano. L’onere però veniva “delegato” soventemente a monasteri attraverso donazioni di beni e terre sui crinali. I monaci, avrebbero poi provveduto al mantenimento dei percorsi o alla creazione di passaggi alternativi alla via principale in funzione delle modificate situazioni geologiche, climatiche o politiche.

(cfr. Fabrizio Vanni, Valichi appenninici e abbazie nell’alto medioevo -2014)

Già durante l’Alto Medioevo sulle dorsali romagnole esisteva il “Piviere di San Valentino” di Tredozio (anno 562) avente giurisdizione sui territori che si estendevano a sud fino oltre Gamogna, a sud-ovest fino oltre i confini di Marradi e Modigliana, a nord-est fino oltre gli attuali confini di Modigliana e Rocca S.Casciano e a sud-est fino all’attuale confine di Portico, oltre S.Benedetto in Alpe.
In epoca franca (anno 786) Carlo Magno riceve in Firenze una delegazione dal monastero di Sant’Ilario di Galeata nella Romagna-Toscana. Dal documento risulta quindi che il cenobio di Galeata aveva beni a cavallo del crinale appenninico, presso il valico della Serra, quello che oggi conosciamo come “Via Germanica” attraverso la più tarda narrazione degli “Annales Stadenses” quale la “melior via” per Roma.
Il nostro interesse verte però sui passaggi dell’area più occidentale, in cui è evidente che molti sono i crinali, fra la Romagna e il Casentino, che vedono sorgere fra il X ed l’XI secolo complessi monastici, come la Pieve in Ottavo di Brisighella, il Monastero della SS.Annunziata di Tredozio, l’Abbazia di Vallombrosa e le abbazie vallombrosane di Santa Reparata in Salto (poi Badia del Borgo) a Marradi e Santa Maria di Crespino, l’abbazia benedettina di Badia Prataglia, l’Eremo Camaldolese di S. Barnaba a Gamogna e l’Abbazia di San Giovanni Battista in Acerreta a Lutirano (poi Badia della Valle), il Monastero di San Michele in Trebbana, l’Abbazia di San Benedetto in Alpe, l’Eremo ed il Monastero di Camaldoli, la pieve di San Pietro di Romena, l’abbazia cluniacense poi camaldolese di Strumi, ed il più tardo santuario francescano della Verna, fino alla Badia Santa Trinità in Alpe di Fonte Benedetta, snodo verso il Valdarno Superiore. Sistema abbaziale che copre quindi i due versanti montani, offrendo l’assistenza ai pellegrini e ai viandanti in un punto delicato come il valico dell’Appennino. (cfr. Fabrizio Vanni, Valichi appenninici e abbazie nell’alto medioevo -2014)

Sui medesimi territori e nello stesso periodo (sec. X) nasce e fiorisce il potere politico dei Conti Guidi: questo intreccio fra le due realtà ci ha incuriosito molto, creando il presupposto per lo studio del presente itinerario legato al bacino d’origine, storico e territoriale, di quest’importante famiglia. I Conti palatini di Toscana, ebbero un vasto stato patrimoniale e dominarono su gran parte della Romagna sud occidentale e Toscana nord-orientale, comprendendo l’Alto Casentino il Valdarno Superiore e il Pratomagno. Già nominati in documenti addirittura risalenti a Carlo Magno, sui loro possessi della Romagna e della Tuscia, questi grandi signori dell’Appennino incrementarono il movimento di uomini e merci da una parte all’altra dei versanti toscano, emiliano e romagnolo avendone tutto da guadagnare con la riscossione dei pedaggi. In questa “politica stradale” i Guidi non agirono da soli ma si appoggiarono ai monaci Vallombrosani e Camaldolesi. I Vallombrosani si dedicarono alla costruzione di ponti e di hospitalia contribuendo sicuramente al ripristino della vecchia “Faventina” godendo, in questo caso, anche dell’appoggio di un’altra grande famiglia dell’Appennino: gli Ubaldini. I Camaldolesi contando invece sull’aiuto dei Guidi migliorarono le vie di comunicazione verso Gamugno, Acereta e nella valle del Bidente e del Montone.
Diversi membri della famiglia furono abati o comunque vissero nei monasteri appenninici già citati, numerosi gli atti di donazioni, vendite o addirittura di fondazione, come nel caso di Strumi. La storia della nobile famiglia è quindi strettamente collegata a quella dei complessi monastici sui crinali montani dell’Appennino, oggetto dei passaggi dei Romei.
Dal X al XIV secolo, pur quasi sempre in lotta con il comune di Firenze, erano loro a controllare i passaggi dalla Romagna alla Toscana. Il viandante che giungesse da passi alpini alle grandi zone paludose della pianura Padana orientale, aveva come obbiettivo la vetusta Via Emilia, potente traversa messa dai Romani a tagliare di netto il centro nord della penisola. Il percorso da noi studiato prende quindi le mosse dalla “Melior Via” (la Via Germanica) per riscoprire i passaggi che da Casal Borsetti, risalendo lungo il corso del fiume Lamone, giungevano a Faenza e da qui scavallavano l’Appennino, appoggiandosi ai grandi “Hospitali” dei monasteri appenninici.
(Cfr. Renato Stopani -La via Faentina. Itinerario alternativo alla via teutonica-)

Viaggio affascinante, attraverso una parte della Romagna e della Toscana estremamente selvaggia, suddiviso in 11 tappe per un totale di 205 km, con una particolare ricerca di collegamento fra i complessi monastici della zona. 

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